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A testa in sud

A testa in sud

di Marco Quinti

Cambogia, India, Brasile, Tanzania, Kenya, Bosnia… Continenti diversi, anni diversi, ma un “unico” viaggio. Un itinerario ispirato dalla necessità di avvicinarmi e comprendere mondi che conoscevo nei loro contorni, ma che rimanevano oscuri nelle loro più intime e quotidiane manifestazioni. Inevitabilmente, per me, “il” viaggio si snoda attraverso una direttrice principale: il Sud del mondo. Luoghi diversi e realtà variegate ma che, al di là delle specificità culturali, presentano elementi di coesione, di vicinanza, che hanno costituito un punto di riferimento costante nel mio lavoro di ricerca; masse eterogenee, i cui vari elementi, “le persone”, sembrano destinati a prendere tutti un’unica strada, quella della miseria generalizzata, della negazione dei diritti.

Non è stato facile, non lo è tuttora, non lo sarà mai; di fronte a certe situazioni la prima, immediata sensazione è quella del disorientamento, i momenti di incertezza sono numerosi, si avverte la necessità di entrare silenziosamente in queste vite, in queste case; percezione che non si diluisce con l’andar del tempo.

In questa mostra, pur cercando di evitare rigidi schematismi, ho sviluppato dei percorsi tematici focalizzati sui bambini; sulle varie possibilità di sopravvivenza ai margini delle megalopoli; sul riciclaggio dei rifiuti come fonte di reddito primario e quasi dignitoso soprattutto in India e, per contro, sullo stesso riciclaggio dei rifiuti come esempio di cattivo governo e di bomba ambientale nel sud Italia; sui disgraziati danni delle guerre finite che hanno “donato” devastazioni permanenti, come nella Cambogia di Pol Pott ove Emergency è intervenuta costruendo un ospedale per la cura delle vittime delle mine antiuomo, o come nella Bosnia di Mostar dove, dopo dieci anni dalla fine della guerra, i segni delle distruzioni sono ancora ben vivi e visibili.

Nei paesi che ho visitato la situazione più frequente che ho visto è stata l’obbligo non scritto dei bimbi a dover lavorare, l’abbandono, la riduzione in schiavitù da parte delle famiglie che li “vendono” per pochi soldi, la mancanza di scolarizzazione, accanto ad una commovente gioia per le piccole cose.

Dai bimbi indiani venduti, a quelli che lavorano negli slum di Mumbai alla separazione dei rifiuti, quelli delle favelas brasiliane, a quelli della Tanzania che a scuola potrebbero anche andare, ma che se nascono con i piedi deformi non hanno un gesso ortopedico come i nostri neonati, quindi camminano, finché non diventano “storpi”, costretti all’immobilità, legati fuori dalla capanna dalle famiglie che non possono più impiegarli per i lavori nei campi, dove finiranno i propri giorni come animali domestici.

In Tanzania opera la Onlus Tumaini - speranza in swaili - che si occupa di questa situazione di emergenza in un ospedale costruito appositamente, oltre che delle malattie endemiche africane come malaria, tubercolosi, gravi infezioni intestinali, aggravate da una percentuale pari quasi al 60% della popolazione malata di AIDS.< br/>
In questa realtà Tumaini è riuscita in dieci anni ad organizzare, attrezzare, formare il personale medico e amministrativo per la costituzione di una serie di dispensari che svolgono opera di prevenzione e cura per varie malattie e soprattutto a renderle autonome, perché come dicono loro “se un giorno ci stancheremo di andare là il lavoro non terminerà”.

L’attività delle Onluss nel settore sanitario si concentra infatti sulla fornitura della sanità gratuita e di standard del primo mondo in paesi in cui tutta la sanità è di scarsissimo livello e naturalmente completamente a pagamento.

In Cambogia, dove l’istruzione non è accessibile perché a pagamento, i bambini vanno a scuola solo quando saltano su una mina, segno dell’indiscutibile persistenza dei danni della guerra.

Una bellissima nazione distrutta da 25 anni di guerra civile e da 10 milioni di mine antiuomo ancora sparse sul territorio su una popolazione di 12 milioni di persone e tutta la sanitĂ  a pagamento. In questa situazione Emergency ha aperto nel 1994 un ospedale per le vittime di mine antiuomo di standard europeo e gratuito che, oltre a salvare e riabilitare chi salta sulle mine, si preoccupa di rendere loro la vita che segue possibile, fornendo anche le protesi necessarie ad una vita dignitosa.

Emergency all’interno del proprio ospedale ha allestito anche una scuola che rappresenta per i bambini, nei mesi che passeranno ricoverati, l’unica esperienza scolastica della loro vita e che, in maniera per me assolutamente straordinaria, li porta a scavalcare, una volta dimessi, i cancelli dell’ospedale per poter tornare nella scuola che a loro, ai bambini, è negata.

Altra situazione che lega le popolazione di posti così distanti geograficamente è la enorme quantità di gente che vive in baraccopoli come le bidonville di Dar El Salam in Tanzania e le favelas di Porto Alegre; o che non possiede una casa, come accade a Mumbai, città di 18 milioni di abitanti, dove circa 6 milioni di loro vivono in strada, direttamente sui marciapiedi, come se a Firenze avessimo 200 mila homeless. In città c’è lo slum di Dharavi, una baraccopoli costruita sulle fogne a cielo aperto di Mumbai, dove si vive sul riciclaggio dei rifiuti. I rifiuti si vanno a prendere in discarica con carretti trainati a mano e poi fra le strette viuzze c’è una specie di fabbrica fatta nelle case, molto organizzata, in cui ogni scarto, ogni oggetto viene diviso, selezionato, raccolto, triturato, e trasformato in fonte di guadagno per tutta la comunità.

Chi non ha il diritto di accedere alla discarica, perché è un privilegio anche quello, i rifiuti li va a recuperare dovunque, come i ragazzi che stanno a giornate immersi e chinati nelle acque nere e putride delle fogne di Mumbai alla ricerca di piccoli pezzi di plastica, ferro, carta da poter riciclare. Questo succede anche in Brasile, con i carreteros che raccolgono rifiuti “pregiati” in tutti gli angoli di Porto Alegre. Sempre di rifiuti si parla quando documento la situazione tremenda dell’Aversano con le discariche, i depositi immensi delle ecoballe, le montagne di rifiuti in giro per le città, i terreni agricoli che sono stati invasi dai liquami dei rifiuti costringendo gli agricoltori locali a lasciar marcire il frutto del loro lavoro nei campi perché i potenziali acquirenti non accettano certamente merce contaminata.

La mia aspirazione è che quanto vedrete divenga uno strumento di riflessione


Marco Quinti, fotoreporter e giornalista freelance fiorentino, collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Realizza reportage fotografici a sfondo sociale, raccontando con le proprie immagini vita e luoghi del mondo. L’interesse a scoprire luoghi lontani gli ha fornito l’occasione di seguire e testimoniare il lavoro svolto da Associazioni e Organismi impegnati in progetti di cooperazione.


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