5 Ottobre 2015

Portare l’acqua

Stanno per iniziare in Kenya le missioni tecniche dei geologi di Acquifera per il progetto “Community action for improved drought response and resilience – Oasis Ecosystem of Loiyangalani” finalizzato alla realizzazione di interventi di contrasto ai processi di desertificazione che colpiscono l’oasi e minacciano i deboli equilibri sociali tra le etnie che popolano le coste meridionali del Lago Turkana.

Acquifera è una associazione fiorentina senza fini di lucro che si propone come scopo primario di portare l’acqua, dovunque, nei paesi del terzo mondo, siano presenti problematiche legate alla sua mancanza o scarsità.

Fra i suoi fondatori anche il geologo Giancarlo Ceccanti, che ci ha mandato questi appunti già pubblicati sul n. 490-491 di Testimonianze.

 

Come un piccolo mare

Il Turkana è uno dei laghi della Rift Valley, un piccolo mare che si distende per quasi trecento chilometri su fino all’Etiopia per spingersi ai piedi del grande Altopiano, dal nord ovest del Kenya verso il delta del Fiume Omo, suo principale immissario.

Durante il mio primo viaggio in quell’area dovevo trascorrere alcuni giorni all’interno dell’Oasi di Loiyangalani per rilievi sulle sorgenti calde che sgorgano abbondanti e continue, unica fonte d’acqua potabile in un vastissimo intorno. Fui costretto a passare la notte in bianco per colpa di un vento preistorico fatto di raffiche cariche di energia e turbini che scuotevano i vetri malmessi del nostro alloggio. Un mugugno senza tregua, inusuale, rotto da schianti e sibili continui fino all’alba, per qualche ora di calma sufficiente a rendere la temperatura insopportabile.

Gli uomini e gli animali sembrano vagolare fra le capanne, poi una leggera brezza finalmente rompe la cappa pesante, spietata, e apre la strada come tutti i giorni a questo vento, quasi solido per le folate piene di sabbia e di sterpaglie.

È la forte differenza di temperatura fra il giorno e la notte, fra la terra ferma e le distese d’acqua, che innesca una specie di moto perpetuo per il vento che da sempre modella questo territorio, scolpisce le rocce e trascina anche la preziosissima acqua strappata dal Lago/Mare e dall’Oceano. Ci troviamo dentro una condotta naturale che spinge le correnti d’aria calda e umida, da sud est a nord ovest e viceversa, come un cursore costante e regolare dall’Oceano Indiano verso le depressioni desertiche, di traverso rispetto alla Grande Fossa Tettonica. Terre desertiche che si perderebbero a vista d’occhio se ogni tanto dal nulla non sporgessero enormi groppe verdi che sembrano essere state messe apposta per rompere la monotonia del paesaggio.

L’Altopiano Etiope è a nord – siamo lungo i suoi fianchi meridionali – e l’enorme bacino vulcanico ha trovato il modo di scaricarsi ancora lungo fratture marginali, producendo eruzioni minori ma pur sempre capaci a formare massicci di un certo rilievo. Vulcani e scudi basaltici che si innalzano formando quinte veramente ragguardevoli di ostacolo al passaggio delle correnti: il Massiccio del Monte Kulal a ridosso del Lago Turkana, lo scudo vulcanico di Marsabit ancora più a est.

Le masse d’aria in movimento, cariche di umidità, non possono fermarsi e sono costrette a salire; si raffreddano, formano fitte nebbie e fronti nuvolosi capaci di scaricare piogge e acquazzoni quasi tutti i giorni per qualche mese l’anno.

Armi in pugno, per proteggere pozzi e sorgenti

Si tratta di impianti montuosi che funzionano come gigantesche spugne pronte a caricarsi d’acqua durante il passaggio delle perturbazioni ed a rilasciare col tempo questo prezioso contenuto disperdendolo lungo i mille rivoli costituiti dalle fratture e dalle incisioni del terreno. Sembrano paesaggi appenninici ma siamo poco sopra l’Equatore, il suolo è profondo e fertile, una fitta foresta sale lungo le pendici dei rilievi.

Ci sono le condizioni morfologiche perché in migliaia di anni i corsi d’acqua, seguendo gli antichi canali, li abbiano riempiti di sedimenti e si siano spinti fino alle aride spianate. Ci sono le condizioni geologiche perché l’acqua si infiltri e si accumuli in profondità e venga a giorno in corrispondenza di qualche sorgente. Ci sono le condizioni idrogeologiche perché questo vasto serbatoio sotterraneo venga costantemente alimentato grazie alle particolari condizioni ambientali e atmosferiche.

Non ci sono tuttavia i presupposti sociali e culturali per poter sfruttare in maniera conveniente questa situazione oggettivamente favorevole.

La specie umana è nata in questi luoghi ma proprio per questo, forse, la convivenza fra le varie etnie è difficile; ruggini troppo antiche e diffidenze radicate impediscono di avere una visione comune. Di fatto si è costretti a combattere ogni giorno armi in pugno per proteggere pozzi e sorgenti, per conquistare una tanica d’acqua inquinata, per conservare la possibilità di abbeverare le mandrie, quasi esclusiva fonte di alimentazione e di reddito. Da una parte i soliti problemi di convivenza fra i gruppi storicamente presenti in queste aree, dall’altra la pressione sempre più forte delle nuove comunità, arrivate come gli animali in cerca di pascoli.

Un esempio di quanto dico è rappresentato dai pozzi Borana lungo il Sagante River a sud di Marsabit, che colpiscono per la maestria con cui sono stati realizzati scavando per diversi metri le alluvioni del fiume e alzando solida muratura intorno agli imbocchi a protezione durante le piene – luoghi, questi, dove si abbevera anche il bestiame. Per fare il carico d’acqua bisogna calarsi fino al fondo tenendo i piedi sui massi più grossi che sporgono lungo le pareti e poi mettersi in fila sulla ripida rampa per spingere fino in alto i secchi a forza di braccia.

Gli animali, dopo tanto camminare, spingono nervosamente per farsi posto, ma c’è un preciso ordine da seguire: si capisce che c’è una gerarchia anche per loro.

Sono le donne che dirigono il traffico nervoso delle bestie tra nitriti e muggiti e si infilano nel profondo buco; giovani e vecchie, sempre minute, donne/formica che alla fine del lavoro, carico in spalla, dovranno fare chilometri verso il villaggio per tornare a casa.

L’alveo non è particolarmente ampio eppure nel giro di duecento metri sono una decina questi pozzi scavati nella speranza di trovare più acqua del vicino. Tentativi fatti a caso, seguendo l’istinto e rispondenti all’unica logica possibile: quella di chi ha la proprietà del terreno.

Se tutto questo non bastasse va considerato anche che sistemi fragili come questi sono i primi a risentire delle bizzarrie del tempo.

La gara della compassione

Del resto come ci si può meravigliare? Sono geologo, mi occupo da molti anni di ricerca idrica e verifico costantemente quanto in questo specifico settore siamo arretrati anche nella nostra tanto civile Italia, confusi tra luoghi comuni e credenze popolari.

Quello che non è accettabile è che si esporti il nostro pressappochismo quando si tratta di aiutare paesi svantaggiati che si trovano per di più in situazioni di particolare miseria e degrado. Per questo, da una decina di anni, lavoro nel campo della cooperazione insieme ad altri colleghi (www.acquifera.org) con lo specifico intento di parlare di idrogeologia cercando nel nostro piccolo di cambiare una forma mentale che si è sviluppata e ancora continua a farlo sulla scia di quella che ormai sembra essere proprio una spinta irrefrenabile, quella della gara della compassione a cui partecipano tutti i paesi più avanzati.

Scuole, asili, ospedali e pozzi – pozzi che vengono scavati dappertutto.

Nel nome della solidarietà e della buona fede si è generato un flusso enorme di denaro che solo in piccola parte produce risultati accettabili. Si tratta spesso di operazioni calate dall’alto, autoreferenziali, scarsamente condivise dalle comunità locali che, dopo tanti discorsi e promesse, sono costrette alla vita di sempre per colpa di scelte sbagliate non sufficiente-mente studiate e approfondite che possono addirittura essere controproducenti.

La buona fede da sola non basta e in certi casi è dannosa: perseverare su questa strada, considerati oggettivamente i risultati ottenuti, è da irresponsabili e constatare questo dato di fatto dovrebbe portare quanto meno ad una profonda riflessione sulle modalità di aiuto a queste popolazioni.

Se a condizioni politiche pesanti si associa la mancanza di strutture tecniche adeguate che possano realmente fare da contrasto e contraltare a visioni arretrate e progetti strampalati, risulta inevitabile che si continuino a sfruttare le risorse disponibili in maniera irrazionale e sconsiderata con il risultato certo che il degrado, la miseria e le malattie aumenteranno e che d’altra parte, cosa più rilevante, non si riuscirà neanche a creare gli anticorpi e a dare gli strumenti necessari per crescere e svilupparsi in piena autonomia e libertà.

In queste parti dell’Africa, colpite duramente dalla siccità durante gli anni appena trascorsi, si muovono decine di organizzazioni per cercare di risolvere questo problema che viene affrontato tuttavia in ordine sparso e senza avere idee chiare. Ognuna ha il suo approccio, la sua visione delle cose, le sue soluzioni.

Microcredito e ortaggi in serra

In questi ultimi anni si è particolarmente sviluppata la coltivazione in serra per la produzione di ortaggi. Si tratta di piccole e medie strutture realizzate quasi sempre grazie allo strumento del microcredito che consentono di contrastare in maniera efficace due particolari aspetti climatici di queste zone: il troppo sole e la troppo poca acqua a disposizione. Le serre vengono costruite utilizzando tecniche e materiali che consentono di resistere alle condizioni tropicali estreme; dall’attacco delle termiti a quello degli agenti atmosferici più intensi, permettendo allo stesso tempo le massime condizioni di ventilazione e di protezione.

Uno dei rischi più grossi infatti è quello del surriscaldamento dell’aria che può distruggere completa-mente le piante o al contrario, quello della troppa umidità che potrebbe favorire la crescita incontrollabile di muffe e parassiti.

Questo tipo di impostazione risulta ottima nelle zone aride perché consente una crescita più rapida delle colture e di conseguenza rendimenti superiori rispetto alla coltivazione a cielo aperto, perché ci si riesce ad affrancare dai cicli stagionali che a causa delle trasformazioni climatiche in atto a livello planetario, risultano assolutamente imprevedibili; le piogge non sono più affidabili ed il rischio di lunghi periodi di siccità è sempre in agguato.

Programmando convenientemente i trapianti e le semine si potrà raccogliere durante i periodi di maggiore richiesta vendendo a prezzi più alti e ottenendo maggiori profitti. Si cerca il coinvolgimento dell’intera comunità e si crea nuova occupazione; in questo modo ognuno, direttamente o indirettamente, potrà godere di qualche beneficio.

Se tutto funziona a dovere in pochi anni si recupera completamente il costo dell’intervento perché con minima spesa possono essere prodotti in grande quantità peperoni, cavoli, pomodori, cipolle ed altri ortaggi che integreranno la magra alimentazione e potranno essere commercializzati facilmente.

Il tassello da cui partire

È evidente che l’acqua è anche in questo caso indispensabile e rappresenta il primo tassello da cui partire per impostare questo tipo di progetti.

Comprendere come funzionano i meccanismi di circolazione idrica nel sottosuolo vuol dire comprendere come sarà possibile in seguito organizzarne al meglio lo sfruttamento e che questa fase di studio e di inquadramento dovrà essere affrontata contestualmente alla azione di formazione e di convincimento da svolgere fra i vari gruppi etnici, considerandola allo stesso modo importante e decisiva.

Già da molti anni nel campo della ricerca idrica si utilizzano tecnologie di indagine relativamente sofisticate e ormai largamente sperimentate che sono capaci di darci risultati straordinariamente utili per la ricostruzione dei vari accidenti del sottosuolo. Mi riferisco alla geofisica utilizzata specificamente in questo campo come tecnica di indagine indiretta in grado di vedere la diversa successione delle strutture profonde, ma penso anche all’analisi delle immagini satellitari, oggi facilmente disponibili, che possono essere analizzate e utilizzate dai geologi a supporto del lavoro indispensabile da svolgere sul terreno, al fine di ottenere una gamma di informazioni vasta e diversificata da utilizzare al meglio e spesso, in modo risolutivo.

Bisogna convincersi che è inutile andare a cercare l’acqua dove ci fa comodo; sottoterra l’acqua si muove seguendo regole precise all’interno di strutture geologiche particolari che sta a noi individuare per ottenere i migliori risultati in termini di qualità e di quantità.

Prendere finalmente atto di questo potrebbe aiutare a condividere il principio sacrosanto che l’acqua è un bene comune da dividersi con equità e nel rispetto di precisi principi di salvaguardia. È una scommessa che vale la pena di fare perché in certi contesti la posta in gioco è enormemente alta. Non si può continuare a procedere a caso, nessuna giustificazione è più possibile.